Città d'arte

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I Veronese nella Sacrestia del Duomo

Nella sacrestia, gli affreschi della Soranza di Paolo Veronese testimoniano l’attività del pittore in Castelfranco, un decennio prima della sua affermazione nella villa Barbaro di Maser.
Sono sette brani eseguiti nel 1551 e rappresentano: l’allegoria del Tempo e la Fama (soffitto, cm 355 x 168), la Giustizia e la Temperanza (due sopraporte, cm 200 x 100) e quattro putti che volteggiano su balaustre (ovati: diam. cm 115 x 87; uno dei quali, e precisamente il putto su di un festone, non attribuibile al Veronese, ma alla sua scuola).
Furono staccati dal muro con nuovo processo tecnico dal n.h. Filippo Balbi e donati in parte al Duomo di Castelfranco. Altri si trovano in gallerie e collezioni pubbliche e private. L’iniziativa del ricupero di questo primo ciclo pittorico di Veronese si deve al dott. Francesco Trevisan di Castelfranco, mediante l’opera del Balbi, studioso di meccanica e di chimica, il quale effettuò il delicato ed allora nuovissimo lavoro di trasposizione.

 
Molti degli affreschi ricuperati furono posseduti e conservati dal Balbi, il quale li collocò, a memoria del Crico, in “ ... un palagietto dov’egli mostra questi bei dipinti “. Si trattava di una Venere ignuda sopra ampio drappo di seta verde, di una Sacra Famiglia, di alcuni ovati con putti e frutta e di alcune figure chiaroscurate ornamentali e, per ultimi, di due quadri che ”.. attiravano gli sguardi di tutti quanti dentro a quelle stanze », il primo con la scena di Alessandro che taglia il nodo gordiano e l’altro con La famiglia di Dario supplice ai piedi di Alessandro.

 
Gli altri affreschi erano stati riservati, per dono dello stesso Balbi, alla Sacrestia del Duomo di San Liberale. Essi si conservano tuttora nello stesso luogo dove furono collocati originariamente e due lapidi ne ricordano l’occasione del dono e l’opera di ricupero.
E’ memoria che i brani staccati fossero più di cento. Ma la sorte non fu propizia. La raccolta del palagietto del Balbi andò dispersa. Cosi furono dispersi altri affreschi che lo stesso Balbi donò all’abate Moschini e ad altri. Perduti pure tutti i brani di cui dà citazione il Fiocco: “... ignoti alla letteratura artistica “ che dovevano esser presso l’Università di Londra, destinati forse a tale sede, ma non pervenuti, comunque irreperibili o inesistenti.
Dopo tanta dispersione e dopo anche il faticoso tentativo di ricomporre le membra di questo ciclo veronesiano del 1551, resta il fatto che questa raccolta della sacrestia di San Liberale ne costituisce il nucleo più vasto e significativo.

Testo tratto da: Giampaolo Bordignon Favero “Castelfranco Veneto e il suo territorio nella storia e nell’arte”, Castelfranco Veneto, 1974